Don Pino Puglisi

Noi Cresimandi ci siamo recati a Palermo per visitare alcuni luoghi significativi, coronando così il nostro percorso di preparazione al Sacramento della Confermazione.

Partiti con l’aereo da Orio (per molti è stato il primo emozionante volo) siamo atterrati all’aeroporto Falcone-Borsellino, prima chiamato Punta Raisi e lì c’era un pullman che ci aspettava per condurci in hotel. Lungo il percorso sull’autostrada A29, arrivati nelle vicinanze dello svincolo di Capaci siamo rimasti colpiti dalla stele commemorativa della strage mafiosa che il 23 maggio 1992 ha causato la morte del magistrato Giovanni Falcone, di sua moglie e di tre agenti della sua scorta. Arrivati a Palermo, la nostra prima visita è stata nel quartiere di Brancaccio, dove era parroco don Pino Puglisi, martire della fede, dichiarato Beato da papa Francesco il 25 maggio 2013.

Nella visita alla Casa-Museo e al Centro “Padre Nostro” ci ha accolto suor Cristina che ci ha raccontato la vita di don Pino, il suo amore per i bambini, le sue lotte per migliorare le loro condizioni. Ci ha descritto il suo coraggio nell’aprire il Centro “Padre Nostro”: il motivo della scelta di questa intitolazione è che nel quartiere c’erano i “padrini” (di mafia) a cui tutti ricorrevano per i bisogni materiali, ma non c’era un “padre” a cui ricorrere per i bisogni spirituali. I padrini aiutavano secondo la regola “do ut des” (do perché tu mi dia), invece don Pino voleva che al Centro tutti potessero riacquistare la dignità, potessero essere aiutati non in cambio di favori, ma “gratuitamente”.

Questo Centro ha cominciato subito ad infastidire la mafia che lo ha considerato una concorrenza pericolosa, perchè erano sempre più numerosi coloro che chiedevano aiuto al
Centro ed anche i ragazzi lo frequentavano volentieri. Don Pino cercava di inculcare in loro il concetto di onestà, senza mai pronunciare la parola “mafia”.


Quando lo intervistavano e gli chiedevano se era un prete anti-mafia, si arrabbiava e rispondeva che lui non era “anti” di nessuno. Don Pino voleva che le persone diventassero
libere, senza la schiavitù del potere oscuro degli uomini senza scrupolo. Per merito suo tanti ragazzi sono stati sottratti alla strada e ai numerosi servizi di manovalanza mafiosa.
Vedendo che dopo le elementari non c’erano nel quartiere le scuole medie, si recava spesso dal prefetto a richiederle, come pure aveva il coraggio di pretendere dal Comune
cose che sono di diritto anche per un quartiere così povero, come le fognature, cose che la gente non aveva il coraggio di chiedere perché sottomessa…

Quando padre Puglisi venne a sapere dei grandi scantinati usati per accumulare armi (in quegli scantinati è stato tenuto il tritolo poi servito per le stragi di Falcone e Borsellino), per nascondere droga… per fare corse clandestine di cani, per la prostituzione minorile… don Pino insisté perché quegli scantinati venissero adibiti a scuola.

Don Pino Puglisi non scese mai a compromessi, non accettò mai offerte di dubbia provenienza, fu prete povero per scelta. I soldi che riceveva dallo Stato come insegnante venivano per lo più da lui usati per fare del bene e per comprare libri. Leggeva molto, era convinto che la cultura aprisse la mente e fosse indispensabile per vedere il mondo con occhi diversi. Fede e cultura devono camminare di pari passo.

Quando morì, gli trovarono dei libri anche nel forno: per lui era un lusso cucinare, si accontentava di aprire una scatoletta per pranzo, non aveva mai tempo di cucinarsi qualcosa, né tanto meno di usare il forno!

Nell’ultimo mese di vita, quando capì di avere i giorni contati perché si sentiva seguito e spiato, allontanò da sé tutti, anche i suoi collaboratori, per proteggerli, perché non
fossero vicini a lui quando l’avrebbero ucciso.

Il 15 settembre 1993, su ordine della mafia, venne ucciso da due killer : Grigoli e Spatuzza che dopo la sua ultima Messa lo aspettarono sotto casa e, fingendo una rapina, gli spararono. Ma lui, pur sapendo che l’avrebbero ucciso, li guardò col sorriso, dicendo “Vi aspettavo!”.

Inizialmente fu sepolto nel cimitero di sant’Orsola a Palermo e sulla sua tomba vennero scolpite le parole del Vangelo di Giovanni: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici”.

A 7 Km da Palermo abbiamo visitato la Cattedrale di Monreale, meravigliosa chiesa in cui abbiamo potuto ammirare il grande mosaico di Cristo Pantocratore, con l’abito di color rosso porpora per indicare la sua divinità e il manto color azzurro per indicarne l’umanità, immerso in una grande profusione di tessere d’oro, segno della luce divina, con tutt’intorno angeli e santi…

Nella Cattedrale abbiamo visto anche alcuni sarcofaghi in cui riposano importanti re normanni.


Una tappa significativa del nostro soggiorno è stata via D’Amelio, luogo della strage mafiosa dove hanno perso la vita Il magistrato Paolo Borsellino e i suoi 5 agenti della scorta, tra cui una ragazza di soli 24 anni. Il 19 luglio del 1972 erano le 16,40 quando Paolo arrivò in via D’Amelio, suonò il campanello della madre e in quello stesso momento il tritolo contenuto in un’automobile, una 126, esplose provocando la strage. Ci è stato possibile visitare il Centro Studi Paolo Borsellino dove abbiamo potuto apprendere molte cose
su Paolo: ad esempio che nei 57 giorni che hanno separato la sua morte da quella dell’amico Falcone a volte usciva da solo, si esponeva da solo, proprio perché,
se volevano ucciderlo, i suoi ragazzi della scorta non fossero coinvolti.

Questo ci ricorda don Pino Puglisi che non voleva girare con la scorta proprio per lo stesso motivo. Sul luogo della strage, avvenuta quando aveva solo 52 anni, su desiderio della mamma e della sorella, è stato piantato un albero di ulivo proveniente da Gerusalemme, che ora è molto cresciuto e richiama gente da ogni par te.

La sorella di Paolo, Rita, sarebbe venuta volentieri a salutare noi di Paladina, ma sta attraversando un periodo difficile, quindi, dopo aver ringraziato e salutato la brava e gentile signora, le abbiamo chiesto di trasmettere a Rita il nostro abbraccio corale. Abbiamo poi avuto l’oppor tunità di recarci in visita alla chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni, comunemente nota come Chiesa Mormone.

I Mormoni considerano la loro fede come la restaurazione della Chiesa cristiana, così come era stata organizzata da Gesù ai tempi del Nuovo Testamento. Questa Chiesa è stata fondata da Joseph Smith nel 1830 a New York e il soprannome di Mormoni dato ai suoi fedeli deriva dal “Libro di Mormon”, riconosciuto come un testo sacro assieme alla Bibbia.

Tappa obbligatoria, trovandoci a Palermo, è stato il monte Pellegrino, sulla cui cima sorge il bel Santuario dedicato a Santa Rosalia, patrona della città. Entrati a testa bassa e in assoluto silenzio nel Santuario, dalla guida abbiamo ascoltato le notizie sulla vita della Santa, diventata impor tante per la città di Palermo perché è tradizione attribuirle la liberazione della città dall’epidemia della peste.

Nel Santuario, costruito intorno alla grotta, vi è una grande urna in vetro che contiene la statua di Santa Rosalia, affettuosamente da tutti chiamata Santuzza, che si presenta giacente, coper ta con un vestito aureo con delle par ti in oro-argento. Sopra l’urna c’è un bell’altare barocco con fantasie marmoree e dietro l’altare si vedono numerosi “pizzi-
ni”, cioè foglietti con frasi essenziali scritte dai devoti che vengono in visita. Prima di terminare la testimonianza, la guida ci ha invitato a desiderare ideali alti come la cupola del San-
tuario che si erge nel cielo e ci ha spronato a fare scelte robuste e a guardare all’essenzialità delle cose. Un momento di raccoglimento ci ha poi preparato alla celebrazione della Santa Messa.

Usciti dal Santuario, dalla cima del monte abbiamo goduto il bel panorama della città. Nel Duomo di Palermo, che in seguito abbiamo visitato, intitolato alla Santa Vergine Assunta in Cielo, dal 2015 patrimonio dell’umanità, abbiamo notato che la Cappella meridionale posta nell’abside minore del transetto destro è dedicata a Santa Rosalia, patrona della città.

Ci siamo anche recati sul luogo dell’uccisione del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e, arrivati in via Carini, sulla sinistra abbiamo notato che il marciapiede era ampliato e proprio lì, addossata alla parete, c’era una targa in bronzo rappresentante in altorilievo un uomo che abbraccia una giovane donna: è Carlo Alberto Dalla Chiesa che abbraccia la sua giovane moglie.

Questa targa è stata murata a ricordo della strage avvenuta alle ore 22 del 3 settembre 1982, quando il generale, prefetto della città da soli 100 giorni, è stato crivellato a colpi di kalashmikov da un commando mafioso, insieme alla moglie ed a un uomo della sua scorta.

Di fronte a questi grandi uomini tutti dovrebbero inchinarsi! Questi giorni trascorsi a Palermo sono veramente stati significativi!

Grazie al nostro don e ai nostri accompagnatori!


Testimonianza di Suor Giacinta

Vengo dall’Uganda e insieme a Suor Cristina che proviene dalla Romania ho la gioia di dare testimonianza su questo nuovo santo: Pino Puglisi.

Era un prete sempre sorridente, cosa che non è abituale a tutti, e questo ci insegna ad avere nella vita sempre il sorriso, anche se qualche volta è difficile, anche quando stiamo sanguinando dentro. Le mamme sanno che il sorriso è sempre necessario in famiglia, lo stesso sorriso che ci insegna don Puglisi.

Per quale motivo lui è morto? Gli altri dicono “per colpa della mafia” ma lui è morto perché amava i bambini, i ragazzi come voi che vedeva qui al quartiere Brancaccio abbandonati sempre in mezzo alla strada.

Io quando sono arrivata qui ho visto che questi ragazzi, anche quando sono un po’ malati o sono appena guariti da una malattia, subito escono da casa, ma per fortuna qui ora per merito di don Pino, hanno molte opportunità per cambiare la vita.

La piazza ora è diventata un luogo santo; è per merito di don Puglisi se ora c’è spazio e ordine, è per merito suo, del suo sorriso, che la piazza non è più luogo di parcheggio. Se ognuno cambia qualcosa, cambia tutto il mondo.

Qui c’è tutto pulito: quando noi stiamo attenti di non buttare lo sporco per terra, quando facciamo di tutto per non dire bugie, per fare bene i compiti, per ascoltare, per obbedire… possiamo cambiare tutto, anche tutta la città di Bergamo, anche il mondo! Questo è ciò che diceva sempre don Puglisi. E io, suor Giacinta, cosa faccio? Tante donne dicono: ”Ma questo lo fa mio marito!” No, tutti dobbiamo fare qualcosa. La regola d’oro ribadita da don Pino Puglisi è: “Fai agli altri quello che vorresti fosse fatto a te” oppure in senso negativo “Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te”.

Tutti dovrebbero sempre mettere in pratica questa regola!


Testimonianza di Suor Cristina

Io sono Suor Cristina, sono di origine rumena e quest’anno celebro i 25 anni da quando sono in Italia. Io non ho personalmente conosciuto padre Puglisi, ma lui ha contribuito a rafforzare la mia vocazione perché, quando ho saputo della sua morte, mi sono convinta che seguire Gesù è anche essere disposti a dare la vita…

Quando hanno richiesto nel quartiere Brancaccio a Palermo la presenza di alcune suore, il mio Ordine Religioso ha accettato e… da 2 anni eccomi qui!

Che dire? Padre Puglisi arriva a Brancaccio (1800 abitanti) a settembre del 1990, dopo il rifiuto di altri sacerdoti e la perplessità dei suoi fratelli a cui dice: “Che volete che sia! Anche a Brancaccio ci sono cristiani, figli di Dio!”. Lui viene qui tranquillamente, prima perché è un uomo di fede e poi perché si sente forte dell’esperienza già fatta a Godrano, un paesino vicino a Corleone, dove c’erano le faide delle famiglie mafiose e lui era riuscito in 7 anni a mettere pace tra loro. (All’arrivo a Godrano, per tre mesi aveva celebrato la S. Messa da
solo perché nessuno entrava in chiesa!).

Conosce già il quartiere Brancaccio perché è nato qui, (in una famiglia modesta, ma con valori) anche se poi ha cambiato quartiere, insomma non è un prete sprovveduto: conosce la realtà, le difficoltà a cui andrà incontro e subito fa un’analisi della situazione chiedendosi: “Cosa fanno qui i ragazzi? Cosa fanno i giovani? Quanti detenuti ci sono (quasi tutte le famiglie ne hanno), quanti anziani, quali sono le sacche di povertà?”.

Si rende subito conto che la situazione è grave e si chiede: “Come posso io avvicinare questa gente alla Chiesa?” Così inventa il Centro a cui dà il nome “Centro Padre Nostro”.

Quando padre Puglisi viene a sapere dei grandi scantinati usati per accumulare armi insiste perché quegli scantinati siano adibiti a scuola. Il prefetto gli dice: “Sì, può usare i locali come scuola, ma le spese deve affrontarle lei!” Padre Pino, pur essendo senza soldi, non si arrende mai!

Il suo desiderio è di educare i bambini all’onestà. E educarli a Brancaccio è proprio difficile perché fin da bambini imparano a “fregarti”, a “farla franca”.

È difficile educarli all’onestà, a rispettare le regole, anche nel gioco: tutti vogliono vincere, non importa come. Alcuni non sanno ancora parlare, ma sanno già “menare”, sanno farsi giustizia da soli… Non sono ragazzi mostruosi, hanno anche loro il lato positivo: sono felici quando riescono a raggiungere piccoli obiettivi, sono felici quando al doposcuola riescono a superare alcune difficoltà scolastiche, sono anche molto creativi perché hanno, nel bene e nel male, lo spirito di adattamento, ma per raggiungere certe abilità ci vuole molto
tempo, proprio per il loro comportamento disagiato. Al Centro, di pomeriggio, c’è anche uno spazio-giochi per i piccoli da 24 a 36 mesi (è in programma la costruzione dell’asilo), abbiamo la gestione di una casa-famiglia dove proteggiamo le donne maltrattate con i loro bambini, seguiamo il gruppo degli anziani (don Pino era convinto che educando le nonne si educano i nipoti!), è operativo il centro di accoglienza per i carcerati (a Palermo ci sono ben 2 carceri per adulti e uno per i minorenni) per un loro reinserimento nella società. Quando il 23 maggio del 1993 organizza una manifestazione per le vie di Brancaccio in ricordo di Falcone e la sua scorta, alla fiaccolata partecipano solo i suoi studenti e qualche volontario del Centro Padre Nostro, del quartiere non c’è nessuno!

A settembre dello stesso anno viene ucciso anche lui da due killer: Grigoli e Spatuzza (uno di essi si è pentito!) che dopo la sua ultima Messa lo hanno aspettato sotto casa e, fingendo una rapina, gli hanno sparato. Ma lui, sapendo che l’avrebbero ucciso, li ha guardati col sorriso, dicendo “Vi aspettavo!”.

Non c’è amore più grande di colui che dà la vita… e lui l’ha donata nel martirio!

Hanno chiamato l’ambulanza, pensavano avesse avuto un infarto e col fibrillatore hanno tentato invano di salvarlo. Solo dopo si sono accor ti che era stato un colpo di pistola ad ucciderlo!

Nel giorno del suo funerale il cardinale Pappalardo ha nominato un nuovo parroco che per 16 anni ha continuato l’opera di don Pino Puglisi.


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